Vita.La preghiera che unisce gli umili contro i buchi neri dell’odio.

di Angelo Moretti su Vita.it

Un gruppo di 70 persone aderenti al progetto Mean, Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, domani sarà a Kiev e Leopoli. Siamo circondati e immersi da fronti di guerra in cui l’odio tra i popoli sembra essere diventato uno di quei centri gravitazionali che inghiottono di tutto, compresi i fotoni della luce. Non sappiamo come agire contro questi punti di gravità dell’odio, ma crediamo che la preghiera sia potente per la solidarietà che afferma, anche se non ferma il male che uccide.

C’è un salmo piazzato quasi a metà del libro dei Salmi, al numero 88 (per alcune numerazioni è l’89), che pare non abbia alcun senso per il credente. Alcuni studiosi lo hanno definito il “Cantico dei Cantici della disperazione”, più nero di un de profundis. Mentre ne leggi i versi non trovi un barlume di speranza, il salmista canta solo dolore e sofferenza e neanche in chiusura Dio pare “fare la sua parte” di onnipotente. 

Eppure succede qualcosa in chi lo legge. Succede che chi prega, se sta attraversando un momento di forte sconforto per un’ingiustizia subita, si sente “compreso”, riconosciuto da Dio. Chi impreca e prega con le parole del salmo 88 sente che la condivisione di chi ha compreso quel dolore e lo esprime con le parole dure che solo la rabbia sa tirare fuori è già di per sé un dono particolare che si riceve. Chi recita quei versi sente di essere parte del mondo, anche se di un mondo imperfetto. 

E, d’altronde, lo stesso Gesù, figlio di Dio per i cristiani, prima di esalare, recita un’altra imprecazione, citando un salmo diverso: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Un vero e proprio atto di accusa, tanto che chi incontra questo passo nel Vangelo sente che non solo la morte ma anche la disperazione è stata condivisa da Dio.

Nei giorni in cui la scienza e la tecnologia segnano dei progressi straordinari, tanto che gli astrofisici sono oggi in grado di riconoscere la creazione in atto di nuove galassie e di fotografare  i buchi neri dell’universo, piccoli come “un mirtillo” e capaci di avere la massa di un asteroide come ha ben descritto Ersilia Vaudo in un suo recente libro, siamo circondati e immersi da fronti di guerra in cui l’odio tra i popoli sembra essere diventato uno di quei centri gravitazionali che inghiottono di tutto, compresi i fotoni della luce. 

Cosa sono i lager libici, gli eccidi di Aleppo, le stragi degli afghani, gli assedi delle città ucraine, le aggressioni sui confini del Kosovo e dell’Armenia, la violenza della polizia morale iraniana, i soprusi del narcotraffico, l’eccidio dei bambini israeliani e l’assedio dei civili a Gaza, se non tanti buchi neri in cui pare che la rabbia e lo spirito di vendetta stiano inghiottendo il mondo? Come si combattono i buchi neri?

Un gruppo di settanta persone, credenti e non credenti, aderenti al progetto Mean, Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, domani sarà nella piazza religiosa principale di Kiev, Santa Sophia, nel Seminario Greco Cattolico di Leopoli ed in collegamento con una città di Dnipro. Persone che si incontrano per pregare per la pace con gli ucraini, in più lingue, con diversi credi e confessioni. 

Quale è il senso di una preghiera condivisa? Proprio sulla base del miracolo che avviene quando due persone si “riconoscono” nel dolore, noi disarmati abbiamo sentito l’urgenza di fermarci a pregare insieme con i fratelli e sorelle ucraine, essendo fermamente convinti che sia utile incontrarsi fisicamente, uni e une accanto agli altri e alle altre. Non sappiamo come agire contro questi punti di gravità dell’odio che sono capaci di ingoiare esistenze umane, palazzi, quartieri, colline, storie millenarie e recenti, ma crediamo che la preghiera sia potente, potente per la solidarietà che afferma, anche se non ferma il male che uccide.

Ci uniamo perchè la sola condivisione del dolore all’interno di una preghiera comune ha il potere straordinario di farci sentire umani, fratelli, sorelle, figli. Riconosciuti, compresi. Simone Weil racconta che a quell’uomo che si chiedeva dove fosse Dio di fronte alle esecuzioni dei bambini ebrei perpetrati dai nazisti potè rispondere “Dio è lì, in quel bambino”.

Dio l’onnipotente condivide il dolore quando non può fermare la mano del violento, nel sacro patto del libero arbitrio. E condivide la speranza dell’umile quando, nel Magnificat, la piccola ed innocua Maria si prefigge di poter vedere i troni rovesciati ed i ricchi andare via a mani vuote. 

Domani alle 16.00 pregheremo insieme in piazza con gli ucraini, si collegheranno a noi gruppi di preghiera da tante città di Italia e da un Kibbuts israeliano, in Galilea, dove da sempre si pratica il dialogo con le comunità palestinesi come strumento di pace. 

Non fermeremo la guerra ma, contro l’eccidio dei fotoni, risponderemo con i nostri “quanti”, un’unione di popoli e di persone semplici, perchè ogni ucraino che ha visto un suo familiare, un suo vicino, un suo amico ingiustamente vessato, violentato, ucciso, torturato, possa “sentire” che noi abbiamo “compreso” quel dolore, che noi “ci siamo”, che insieme possiamo resistere al buco nero dell’odio, quel sentimento piccolo come uno spillo e capace di far scomparire la terra in cui viviamo. 

*Angelo Moretti, portavoce del Mean

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