Una proposta per ripensare la pace, di Marianella Sclavi

Nei fiumi di parole che sono state spese nei quattro mesi seguiti all’invasione russa dell’Ucraina ben poche riguardavano l’incapacità di prevederla, e magari far di tutto per prevenirla. A molti potrà sembrare banale, visto che Putin era considerato un grande amico e uno statista, magari un po’ cinico ma intelligente, serio e responsabile, da chi oggi lo vede impazzito e demoniaco criminale. Di fronte alla portata dei massacri e dei rischi, però, sarebbe utile rinunciare alle semplificazioni, anche a quelle che contengono buona parte della verità. Proprio dall’incapacità di prevedere e prevenire, cioè da un “prima” durato sanguinosi e lunghissimi anni, parte il ragionamento di Marianella Sclavi per riformulare, 25 anni dopo Alex Langer, una proposta che va ben al di là delle tristi vicende ucraine e che mette al centro del discorso i Corpi Civili di Pace. Proposta recepita nel 1995 dal parlamento europeo come “primo passo verso un contributo nella prevenzione del conflitto” e poi puntualmente sabotata da… circostanze sfavorevoli, tra le quali spicca certo il forsennato e tutt’altro che ingenuo trasporto per le logiche emergenziali. Non c’è dubbio che, alle condizioni attuali, molti non potranno che giudicare irrealistiche, utopiche o magari “buoniste” proposte come questa. D’altra parte, le alternative realistiche – prove di forza, sanzioni, corsa a perdifiato al riarmo, allargamento della Nato, punizioni esemplari – hanno mostrato negli ultimi decenni tutta la loro concretezza e pragmatica efficacia. O no?

L’aggressione russa in Ucraina, come tutte le emergenze che non abbiamo saputo prevedere, ci obbliga a porci due domande. Prima: come avremmo potuto evitarla? Seconda: cosa fare per non perpetuarla?

La risposta più generale è che questa guerra è anche la conseguenza della mancanza di visione e di coraggio dei leader europei i quali, alla caduta del muro di Berlino (1989) e allo scioglimento del Patto di Varsavia (1 aprile 1991), avrebbero dovuto iniziare il processo di costituzione degli Stati Uniti di Europa, con un proprio esercito difensivo e una forte presenza di Corpi Civili di Pace, in sostituzione della NATO.

C’era ancora Gorbaciov ed era il modo più elegante per mettersi alle spalle la Guerra Fredda e per acquisire come Europa un ruolo autonomo e trainante (anche rispetto gli USA) nei processi di pacificazione fra i popoli della terra.

Questo non giustifica minimamente l’attuale aggressione, però ci aiuta a vedere le cose in prospettiva: una possibile reazione a questa aggressione è un allargamento della NATO, il che comporta ridisegnare una cortina di ferro verso qualcosa che diventa una enorme Korea del Nord nel cuore dell’Europa.

Un’altra reazione è prendere atto che siamo nel XXI secolo, nell’Era della complessità e interdipendenza, e che da un lato è nostro interesse, come europei, darci delle strutture di governo più adeguate alle crescenti esigenze di democrazia partecipativa, e dall’altro questo può spiazzare “il nemico”, invitando anche lui a ragionare più in grande per le sorti sia del suo Paese che del Mondo. Ad una mediazione con Putin si può arrivare solo da posizioni di forza. Questa forza non è solo basata sulle armi e/o sulla coscienza “del giusto”, ma anche (e principalmente) politica. L’UE ha la forza politica per mediare? E se no, cosa le manca per acquisirla? L’idea che condivido con gli altri membri del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN)  è che una Europa autorevole oggi non può fare a meno di un esercito difensivo autonomo, una importante componente del quale deve essere costituita dai CCP.

Quando Alex Langer nel 1994 ha avanzato la proposta dei CCP, Corpi Civili di Pace, al parlamento europeo, dall’insieme del suo discorso e del suo modo di operare, era chiaro che una tale struttura avrebbe richiesto un ripensamento radicale della architettura del governo europeo. Un salto dall’Europa degli Stati a quella dei suoi cittadini. Un dispositivo come i Corpi Civili di Pace che ha a suo fondamento il protagonismo degli attori direttamente interessati e la capacità di trasformare il dissenso e la diversità in risorse conoscitive, può fiorire solo dentro una più ampia “Casa” che funziona fondamentalmente con le stesse regole. 

In Donbass, territorio segnato da una pluralità di motivi di crisi e dalla crescente contrapposizione fra gruppi di lingua russa e ucraina, sarebbe stata necessaria la presenza dei CCP fin da ben prima del 2014. Tuttavia l’esperienza messa in atto in questi anni, pur fallimentare, rimane preziosa nella misura in cui ci permette di essere consapevoli di resistenze, ostacoli, modi di vedere e di operare, che con grande probabilità si ripresenteranno se non li sappiamo prevedere e prevenire.

Una linea di ragionamento potrebbe essere la seguente:

La proposta di istituire i ECPC , nel 1994 ancora del tutto inedita e “forse irrealistica” (parole di Alex Langer), era finalizzata a creare un efficace corpo di intervento sui territori segnati da grave conflittualità, per impedirne l’escalation e operare assieme agli attori locali per trasformare i conflitti in occasioni di co-progettazione di futuri mutualmente desiderabili.

Questa proposta è stata recepita dal Parlamento europeo nel 1995 nei seguenti termini: “un primo passo verso un contributo nella prevenzione del conflitto potrebbe essere la creazione di un Corpo civile di pace europeo (che includa obiettori di coscienza) con il compito di addestrare osservatori, mediatori e specialisti nella risoluzione dei conflitti” ( Rapporto Bourlanges/Martin, adottato il 17 maggio 1995)

Ma l’architettura del governo europeo è piena di veti e controlli incrociati, e quando finalmente nel 2001 la istituzione dei Corpi civili di Pace Europei è stata deliberata, questi erano già stati scorporati (divisi per materie, per tematiche..) e fatti dipendere da una serie di apparati i quali, tenendo ferma la proclamazione degli alti e ambiziosi obbiettivi, ne hanno reso impossibile il funzionamento. Non è una questione di cattiva volontà: semplicemente la proposta è stata reinterpretata entro organismi adatti a interventi settorializzati e specifici, diversi e opposti a un approccio integrato e “dal basso”.

In altre parole, dalla metà degli anni ’90 in poi la sigla è stata ribadita senza un dibattito sui  cambiamenti istituzionali in grado di promuovere questo approccio e renderlo per davvero operativo.

La proposta dei CCP è diversa dall’avere una squadra che occasionalmente si mette al lavoro in situazioni di emergenza. Riguarda un dispositivo stabile, permanente, che rappresenta e incorpora un modo sistematico un patrimonio culturale relativo alla trasformazione dei conflitti sia all’interno di un territorio che nei rapporti fra stati. Pur avendo anche bisogno in determinate situazioni di un appoggio militare, è l’arma della nonviolenza che sostituisce quella dei cannoni.

In sintesi: oggigiorno la rivendicazione di istituire i CCP ( o ECPC ) è inscindibile dal rilancio di un movimento europeo di azione nonviolenta che mira a un salto di paradigma nella concezione dell’ Europa e della democrazia europea e in generale a una ripresa e riproposizione del movimento federalista europeo.

Senza questo respiro visionario e culturale, dobbiamo rassegnarci che la fine dell’aggressione in Ucraina sarà una tappa provvisoria di una guerra sotterranea destinata a durare decenni in uno scenario di crescenti difficoltà delle azioni e decisioni politiche a tutti i livelli.

All’interno di questo quadro è fondamentale  incominciare a delineare quali sono le coordinate di un intervento in zone di crisi con l’approccio dei CCP e quali architetture istituzionali sono in grado di  promuoverne l’esistenza e operatività. Ecco una lista relativa ai principali compiti della equipe di intervento e della sua composizione:

  1. L’equipe ha il compito prioritario di elaborare assieme alla popolazione locale una diagnosi della situazione di partenza, e una visione di un futuro desiderabile in base al quale co-progettare dei passi concreti che consentendo l’ampliamento delle opzioni di ognuno, promuovono contesti favorevoli alla pacifica convivenza
  2. Questo fra l’altro implica dei finanziamenti adeguati ai quali attingere in tempi certi e a tempo debito perché la diffidenza si vince con atti concreti che dimostrano che “un altro mondo è possibile”
  3. La diagnosi della situazione è attuata col metodo della narrazione polifonica, ovvero  coinvolgendo tutte le parti  in causa in un processo di ascolto attivo reciproco e collettivo. Non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha torto,ma di dare spazio a tutti i vissuti e i punti di vista, per poi riflettere collettivamente sul loro insieme.
  4.  Mettere in atto questo approccio richiede una equipe non solo inter e trans-disiplinare e inter-settoriale (con competenze e strumentazioni che riguardano la gestione creativa dei conflitti nei rapporti interpersonali e nelle dinamiche di gruppo, la facoltà di denunciare e bloccare i comportamenti criminali, la possiiblità di coordinarsi con gli aiuti umanitari e offrire assistenza psicologica, ecc ) ma i cui membri godano di una consistente formazione sul campo.
  5. Al tempo stesso è vitale la istituzione di centri di ricerca che consentono lo studio di un vasto arco di buone pratiche e la riflessione sistematica sulle esperienze personali.

Il modo di operare delle attuali strutture europee che si occupano di sicurezza e interventi in aree di crisi è praticamente l’opposto per ognuno di questi punti.

Elaborare la proposta di CCP in modo chiaro e praticabile così da rilanciarla in ambito italiano ed europeo richiede la consapevolezza che obiettivi e formazione senza cambiamento istituzionale, non diventano capacity-building. Per ripensare oggi la pace, si tratta di ripensare l’Europa.

Leggi l’articolo di Marianella PB Sclavi su Comune Info

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