Pesko: «Le fatiche dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa»

di  Daniele Biella su Vita

L’ambasciatore speciale per l’Ucraina: «Abbiamo costruito questo sistema da 50 anni – li celebriamo nel 2025 – quindi lo scopo principale oggi è conservare le regole che ci siamo dati, e quindi un ritorno al dialogo, agli impegni presi, a far tornare la pace. Ma non la pace che vuole la Russia, bensì quella rispettosa di quegli stessi impegni, e questa è davvero una dura lotta da combattere»

 

Marcel Pesko, ambasciatore di origine slovacca, oggi è il Rappresentante speciale per l’Ucraina dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che comprende 57 Stati nel mondo, Russia e Ucraina comprese. La missione OSCE in Ucraina è stata avviata nel 2014, all’indomani dell’annessione della Crimea da parte della Russia. Abbiamo incontrato Pesko quando è intervenuto – su invito del MEAN, Movimento europeo di azione nonviolenta – al convegno sull’istituzione dei Corpi civili di pace europei (ECPC) che si è tenuto a Kiev il 15 ottobre 2023.

Relativamente al conflitto tra Russia e Ucraina, qual è la preoccupazione maggiore oggi in Europa?

L’aggressione di un partner dell’OSCE (Russia, ndr) che ha deciso di rompere i principi e i fondamenti su cui è basata la sicurezza europea, causando decine di migliaia di morti e ignorando l’impegno di umanità. Oltre a ciò, c’è un’ulteriore implicazione di questa guerra che riguarda il futuro della sicurezza europea come stabilito nell’Atto di Helsinki (che nel 1975 ha posto le basi per la nascita dell’OSCE stessa, ndr): tutti i fondamenti di tale processo in termini di rispetto dei confini e dei diritti umani sono stati disattesi. Quindi abbiamo un grande dilemma da risolvere oggi in seno alla sicurezza europea.

Qual è la priorità dell’Organizzazione oggi nel conflitto in Ucraina?

L’OSCE è basata sul rispetto degli impegni, dei valori e su un approccio ad ampio raggio che comprende non solo gli aspetti securitari ma anche, per esempio, il rispetto dei diritti umani e lo sviluppo economico. Abbiamo costruito questo sistema da 50 anni – li celebriamo tra poco, nel 2025 – quindi lo scopo principale oggi è conservare le regole che ci siamo dati, e quindi in questo caso un ritorno al dialogo, agli impegni presi, a far tornare la pace. Ma non la pace che vuole la Russia, bensì quella rispettosa di quegli stessi impegni, e questa è davvero una dura lotta da combattere.

A proposito dei corpi civili di pace europei: ritiene che il loro tipo di aiuto possa essere utile ai governi e alla cittadinanza per costruire/rìcostruire la pace?                                                                                                        

È importante che negli accordi fra i governi degli stati su una formula di pace sia inserita una parte in cui ci sia l’azione di forze non governative come possono essere i Corpi civili di pace. Che per esempio cercano di riscostruire la società da zero se le persone dopo una guerra non riescono più a vivere vicine le une alle altre con le loro differenze culturali e linguistiche: è realmente difficile in questi casi ricostruire una pace sostenibile. Si tratta quindi di prevedere una sorta di approccio completo, dove di sicuro c’è la diplomazia, basata sui principi chiave della sicurezza europea, ovvero il rispetto dei confini dell’Ucraina e la sua sovranità territoriale, ma allo stesso tempo c’è un lavoro sul campo, con la gente, che le insegni o la aiuti a risolvere i propri problemi: è qui che vedo il lavoro di organizzazioni come i corpi civili di pace europei. Un lavoro molto importante.

Vediamo per le strade di Kiev tanta gente, soprattutto giovanissimi, che vorrebbero avete piena libertà di vivere le proprie vite. Che cosa possono fare gli altri Stati in questo momento, le altre popolazioni come quella italiana, per sostenerli?

Hanno, anzi abbiamo il dovere morale di continuare a supportare l’Ucraina, senza stancarci. La guerra continua, e continua a fare vittime ogni giorno, a centinaia. Quindi c’è bisogno di una continua pressione a livello politico, anche nelle singole nazioni, oggi anche – e mi dispiace dirlo – militarmente, perché dipendono da questo supporto. E forse questa può essere un’opportunità di dare una spinta all’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea. Quindi è un aiuto combinato quello che può garantire ora l’Europa. È chiaro che c’è fatica, la fatica della guerra che il nemico cerca di imporre sulla società, e questo rende tutto complicato, sfidante. È chiaro che gli ucraini vogliono la pace, ma essa non si può pensare che arrivi così dal nulla in un prossimo futuro, quindi non solo con materiali e soldi ma anche politicamente non c’è da smettere di supportare l’Ucraina, aiutandola capendo ciò di cui ha bisogno giorno dopo giorno. 

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