Lviv, la memoria, il dolore e il Vangelo di San Luca

di   Riccardo Bonacina, su Vita

Il racconto da Leopoli e dal Seminario Greco Cattolico della due giorni del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta. La condivisione del dolore, la memoria, l’incontro con Uliana e Xenia responsabili di Plast, gli scout ucraini che piangono i loro educatori caduti al fronte. E la testimonianza di Padre Ihor, il rettore

La due giorni del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (Mean) di cui avevamo dato annuncio, si sono appena concluse, ma la restituzione di quanto è successo a Lviv e Kyiv non può che essere per tessere di un mosaico da comporre a piccoli pezzi, tanta è stata l’intensità di emozioni e di incontri e tante le persone coinvolte con sensibilità diverse ma con un unico obiettivo: essere accanto al popolo ucraino sulla cui terra e sui cui corpi da 600 giorni si è scatenata una violenza indicibile, e invocare la pace spingendoci sino a proporre strumenti un po’ più efficaci per farla camminare nella solidarietà e nella giustizia.

Una settantina di persone, sacerdoti, professori, giornalisti, militanti, europarlamenti amministratori locali, rappresentanti di organizzazioni della società civile e del Terzo settore, In cammino ancora una volta per una due giorni in Ucraina.

Qui il collega Daniele Biella racconta l’importante conferenza del giorno 15 ottobre organizzato nello storico October Palacein Maidan, la piazza più famosa di Kiev, il titolo recita così: “Il destino dell’Europa passa per Kiev! Conferenza Europea per l’istituzione dei Corpi Civili di Pace Europei”.

La due giorni del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (Mean) di cui avevamo dato annuncio, si sono appena concluse, ma la restituzione di quanto è successo a Lviv e Kyiv non può che essere per tessere di un mosaico da comporre a piccoli pezzi, tanta è stata l’intensità di emozioni e di incontri e tante le persone coinvolte con sensibilità diverse ma con un unico obiettivo: essere accanto al popolo ucraino sulla cui terra e sui cui corpi da 600 giorni si è scatenata una violenza indicibile, e invocare la pace spingendoci sino a proporre strumenti un po’ più efficaci per farla camminare nella solidarietà e nella giustizia.

Una settantina di persone, sacerdoti, professori, giornalisti, militanti, europarlamenti amministratori locali, rappresentanti di organizzazioni della società civile e del Terzo settore, In cammino ancora una volta per una due giorni in Ucraina.

Qui il collega Daniele Biella racconta l’importante conferenza del giorno 15 ottobre organizzato nello storico October Palacein Maidan, la piazza più famosa di Kiev, il titolo recita così: “Il destino dell’Europa passa per Kiev! Conferenza Europea per l’istituzione dei Corpi Civili di Pace Europei”.

 

 

 

 

 

 

Da parte mia racconterò delle due giornate a Lviv (Leopoli) ancora una volta accolti dallo straordinario abbraccio e dall’accoglienza attentissima di padre Ihor Boyko rettore del Seminario Greco Cattolico di Leopoli, con lui padre Ivan canonista e ormai amico. Conoscevamo già la loro accoglienza per essere stati qui l’autunno scorso per il Forum tra sindaci ucraini e italiani ma è stata ancora capace di sorprenderci.

A Leopoli eravamo un piccolo gruppo, 7 persone: Carlo Bertucci, segretario internazionale del Masci (Movimento Adulti Scout Cattolici), Giorgio Zaccariotto responsabile della pattuglia Pace dello stesso movimento, Lorena Coccoli, Massimo Gaviraghi e Nicoletta Castelli Dezza amici (e Nicoletta qualcosina di più) del movimento di Comunione e liberazione. A noi, a padre Ihor e padre Ivan si sono aggiunte Uliana, 28 anni mamma di una bimba di due anni e col marito al fronte, è di Leopoli, responsabile internazionale di Plast (così si chiama il movimento scout in Ucraina), e Xenia, 27 anni segretaria nazionale dello stesso movimento che ci ha raggiunto da Kiev.

 

 

 

 

Con loro il 14 mattina, in comunione con la foltissima rappresentanza Mean a Kiev in cammino verso il memoriale di Bucha, ci rechiamo al cimitero militare di Leopoli dove in un grandissimo spazio sono già sepolti 598 ragazzi e ragazze, uomini e donne morti in guerra. Quando usciremo dal cimitero le tombe saranno due in più, ogni giorno si celebrano più di due funerali. Precisa padre Ihor: “Ma i morti non sono tutti qui perchè spesso i genitori preferiscono portarli nei cimiteri dei loro villaggi”. Accanto alle tombe con le bandiere, piccole panchine dove sostano, madri e figli, padri, nonni a piangere, parlare, guardare i propri cari.

 

 

 

Nel silenzio piangiamo e condividiamo il dolore degli ucraini, delle madri, delle mogli e figlie, dei nonni, dei compagni, degli amici scout che hanno al fronte 500 dei loro educatori e, come dice Uliana, 36 tra loro “sono andati a far la guardia al fuoco eterno”. Non dice morti. Sono qui anche a rendere omaggio con noi a due compagni, Timoty e Artem. Uliana e Xenia li ricordano, ricordano il loro spirito, il loro coraggio, senza lacrime, fieramente. In Uliana il dolore per gli amici morti e la preoccupazione per il suo amato al fronte non spengono la luce dei suoi occhi e il suo sorriso, anzi gli danno profondità e intensità.

 

L’Ucraina per vent’anni ha bussato alla porta dell’Unione europea e la porta è stata aperta solo dopo l’invasione su larga scala. In Ucraina nel 2013 è successa la rivoluzione di giovani (altro che golpe!), e oggi l’élite ucraina è fatta della generazione tra i 35 e 40 anni, nati alla fine dell’Unione sovietica, che lavorano nei settori tecnologici, nei media e nello spettacolo. Loro vogliono vivere come i loro coetanei europei. È questa generazione che il Paese sta perdendo, e perdendola rischia di compromettere il suo futuro. Sulle tombe scorrono le date di nascita, dai 21 anni ai 45. Mentre lasciamo il cimitero militare a Uliana e Xenia arriva un altra tragica notizia, Sergej, 21 anni, un amico scout di Kharkiv è stato ucciso. Notizia che riesce a spegnere il sorriso di Uliana.

Nel pomeriggio ci colleghiamo con piazza Santa Sophia a Kiev dove la delegazione Mean dalla bellissima Chiesa del Seminario Greco Cattolicodi Leopoli dove i 150 seminaristi si avvalgono di un coro bravissimo.  Papa Francesco ha definito la preghiera «una forza mite da opporre alla forza diabolica dell’odio, del terrorismo e della paura» e il portavoce del Mean, Angelo Moretti dice: “Quando il momento è buio bisogna risolversi a guardare il cielo”. Alla Preghiera Universale per la Fratellanza e la pace partecipano i rappresentanti di tutte le Confessioni religiose e 15 città collegate dall’Italia. La preghiera per la pace unisce l’Ucraina, l’Italia e la Terra Santa, dal confine con il Libano, interviene Angelica Edna Calo Livne della fondazione Beresheet LaShalom. È il momento più commovente, Angelica cita un versetto del Salmo per chiedere a Dio che sia innalzata «una tenda di pace su tutti noi e sul mondo intero» e che «tutti i conflitti che ci stanno devastando cedano il passo al dialogo». Poi l’invito: «Ognuno di noi ha nel cuore la sola volontà dell’incontro». Infine il «grazie» sussurrato al lato a una strada deserta.

E il vice-presidente della Cei, Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio collegato dall’Italia parla di «abbraccio di pace» per «l’Ucraina e la Terra Santa» e porta la vicinanza della Chiesa italiana. «Si stanno riportando indietro le lancette della storia, ai periodi più bui – afferma in diretta video -. Oggi è il tempo di scelte coraggiose e profetiche per attivare percorsi di fraternità». Compito che spetta non soltanto alla diplomazia ma anche a «donne e uomini di buona volontà che, come artigiani, contribuiscano a costruire la pace dal basso». Quindi il monito: «La mancanza di pace testimonia che facciamo prevalere il desiderio di potere, gli interessi egoistici, il peccato comunitario». E il grido: «Diciamo a Putin di fermarsi».

Da un punto di vista razionale, non poteva avvenire quel che è accaduto, ovvero che ci emozionassimo, che pregassimo insieme come fratelli anche se di confessioni diverse o non credenti. Tutti, come diceva don Primo Mazzolari, non abbiamo indirizzato lo sguardo né a destra né a sinistra, ma in alto”. Invocando un dono. Il dono della pace.

 

 

 

 

 

 

Padre Ihor Boyko, rettore seminario di Lviv la mattina dopo, domenica 15 ottobre deve commentare il brano che la liturgia Greco Cattolica gli propone, Vangelo di San Luca al capitolo 6, 27-36. Il brano che domenica 15 ha risuonato in ogni chiesa ucraina, quello dell’«amate i vostri nemici». «Parole difficili oggi per il nostro popolo, parole dure», dice padre Ihor.

Ecco il passo del Vangelo d Luca: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. (…) Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso».

 

 

Padre Ihor ricorda come tante volte le parole di Gesù abbiamo allontanato la gente che le sentivano dure, radicali, spesso incomprensibili, tanto è vero che un giorno Gesù chiede ai discepoli, ai suoi amici: “Volete andarvene anche voi?”. Per tutti risponde Pietro: “Signore dove andremo, tu solo hai parole che danno la vita”. Ovvero, commenta padre Ihor, che non ci fanno morire, che non ci fanno rinchiudere in noi stessi.

Questo Vangelo ha parole dure per me e il nostro popolo, ma come è possibile amare chi ci bombarda, chi stupra le nostre donne, chi rapina le nostre case e ci ruba i figli? Chi ci sottrae la terra e uccide i padri? Si domanda padre Ihor. Lo soccorre la prima lettura, un brano della Seconda lettera ai Corinzi 12, 9-10 in cui San Paolo scrive: “Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte”.

Mi compiaccio della mia debolezza, ripete il rettore, “da soli non ce la facciamo a perdonare il nostro nemico, è un invito troppo difficile, quasi irreale. Cosa possiamo fare allora noi nella nostra debolezza? Risponde alla domanda così padre Ihor, bisogna guardare a Gesù in croce che ha chiesto al Padre di perdonare dicendo quella frase potentissima “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Ecco anche noi, deboli e incapaci di perdonare possiamo, guardare a quella croce e dire le parole che lui ha detto, possiamo unire la nostra voce alla sua “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

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