La pace come cammino

di Riccardo Bonacina

su La Puntina

Mancano pochi giorni alla scadenza delle iscrizioni per la missione a Kiev del prossimo 11 e 12 luglio. Come hanno scritto il Nunzio apostolico in Ucraina, Visavaldas Kubolkas e Angelo Moretti, portavoce del Mean: “Cosa può fare la società civile europea di fronte al perdurare di questa ingiustizia violenta che colpisce i suoi fratelli e sorelle alla frontiera e che nessuno riesce a fermare? Il Mean, Movimento europeo di azione nonviolenta, chiede con insistenza, e con la sua frequente presenza in Ucraina, che l’arsenale di pace UE venga dotato al più presto di un vero Corpo Civile di Pace, composto da personale esperto e personale volontario, capace di intervenire prima, durante e dopo un conflitto armato. Chiede che il Consiglio Europeo adotti al più presto una misura forte e chiara per l’istituzione e il finanziamento dei Corpi civili di pace. Ma non basta. Per una comunità civile il cui pensiero secolare è fortemente intriso dell’intima comunione con Gesù Cristo, non basta fare una richiesta, anche insistente, e poi fermarsi ad attendere che la diplomazia degli Stati faccia il suo corso. Ora et labora, prega e lavora: l’invito che la Nunziatura Apostolica a Kiev, insieme al Mean, volge a tutti i movimenti cattolici europei è di venire in massa a pregare in piazza Santa Sophia, a Kiev, l’11 luglio, per chiedere insieme che l’aggressione si fermi, che la pace torni presto sulla terra martoriata dell’Ucraina, che i droni si trasformino in vomeri per i nostri campi e gli uomini si riconoscano fratelli”.

Lasciatevi interpellare da questo invito e chi può si iscriva qui.

 

Don Tonino Bello anni fa propose questo appello intitolato “La pace come cammino”. Leggetelo:

 

A dire il vero non siamo molto abituati a
legare il termine pace a concetti dinamici.
Raramente sentiamo dire:
“Quell’uomo si affatica in pace”,
“lotta in pace”,
“strappa la vita coi denti in pace”…

Più consuete, nel nostro linguaggio,
sono invece le espressioni:
“Sta seduto in pace”,
“sta leggendo in pace”,
“medita in pace” e,
ovviamente, “riposa in pace”.

La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia
da camera che lo zaino del viandante.

Più il comfort del salotto che i pericoli della strada.
Più il caminetto che l’officina brulicante di problemi.
Più il silenzio del deserto che il traffico della metropoli.
Più la penombra raccolta di una chiesa che una riunione di sindacato.
Più il mistero della notte che i rumori del meriggio.

 

Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire
che la pace non è un dato, ma una conquista.
Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.
Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo.

 

La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia.
Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio.
Rifiuta la tentazione del godimento.
Non tollera atteggiamenti sedentari.
Non annulla la conflittualità.
Non ha molto da spartire con la banale “vita pacifica”.

 

Sì, la pace prima che traguardo, è cammino.
E, per giunta, cammino in salita.

Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi,
i suoi percorsi preferenziali ed i suoi tempi tecnici,
i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue soste.

 

Se è così, occorrono attese pazienti.
E sarà beato, perché operatore di pace,
non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito, ma chi parte.

 

Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista,
anche se mai – su questa terra s’intende – pienamente raggiunta.

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