La lezione russa di Alexeij: europeista senza tradire se stesso

di Angelo Moretti su Avvenire.it

Alexeij Navalny aveva una fisionomia ambivalente: lo si può descrivere sia quale tipico maschio dell’Est Europa, biondo, occhi azzurri, tratti slavi accentuati, sia come un “asp” statunitense, alto, bello, con larghi sorrisi, spavaldo fino ad essere un volto hollywoodiano. Ma non c’è dubbio che egli abbia incarnato, in un crescendo di consapevolezza, la tragicità di un nuovo tipo di eroe russo.

Navalny è un eroe capito per una guerra giusta combattuta senza armi, non ha il piglio drammatico e complesso dei protagonisti di “Guerra e Pace”, incarna nella sua sagacia lo sberleffo femminile di Maslova, la prostituta protagonista di “Resurrezione”, nei suoi discorsi e nel suo amore per Julia c’è l’acume e l’ironia dolce e amara degli innamorati di Kundera, nessuna prosopopea retorica, neanche giustizialista. La sua vita, ed ora ancora di più la sua morte, hanno aperto uno squarcio nell’orizzonte di un’altra Russia, mostrandoci una possibilità.

Lo spirito della nonviolenza attiva di Alexeij, che lo ha portato a scegliere il carcere piuttosto che un esilio dorato, va inscritto nei codici culturali dei nuovi figli di Mosca, così come il satyagraha di Gandhi è espressione della spiritualità induista e lotta di Martin Luther King fu agita nel solco delle comunità evangeliche statunitensi.

Aveva solo 12 anni quando è caduto il muro di Berlino, cresciuto mentre la grande madre Russia si rimpiccioliva, in cerca di una nuova posizione di leadership nel mondo. Fino al 2008, anno in cui inizia la politica espansionista di Putin con la guerra in Georgia, la narrazione più o meno unanime era di una Russia che si omologava alla cultura occidentale, muovendo goffamente i passi della sua prima democrazia, aprendo McDonald’s nei pressi della piazza Rossa e commerciando grano e gas con il mondo intero, a buon mercato. Il trentenne Navalny inizia l’impegno in politica in quel ventennio di “apparente normalizzazione” e tutti oggi si affrettano a ricordare il suo esordio di “nazionalismo” e le sue posizioni contro i migranti, così come la sua passiva accettazione dell’annessione della Crimea. Ma il Navalny adulto affina il suo sguardo, capisce che la sua nazione ha imboccato una nuova fase tragica, intuisce che il problema non è l’identità a rischio per i flussi migratori, ma l’asfissia delle menti e dei cuori provocata dalla violenza corrotta del potere. Il dissidente Alexeij attacca con ogni mezzo la ruberia costante della corte di Putin, che affama il popolo russo; denuncia la mafiosità al Cremlino che uccide progressivamente ogni forma di dissenso, colpendo a morte il sogno di una democrazia russa. Questo eroe slavo prende su di sé la croce del suo popolo e parla perché i russi reagiscano, perché siano informati sulle trame del potere, perché alzino la testa contro il tiranno. Non impone né propone una ideologia erica del mondo ai suoi milioni di follower, ma chiede di non arrendersi al male che governa a Mosca.

 

Un opinión leader mondiale che in mente aveva un solo destinatario: la sua gente. È sincero sull’aereo che lo riporterà a Mosca nel 2021, quando dice «non vedo l’ora di respirare l’aria della mia città», pur sapendo che l’arresto certo lo avrebbe portato alla fine della sua vita. È un leader che riassume in sé sia i caratteri dell’europeismo moderno che della mistica russa: una grande narrazione collettiva rifondata sui canoni dell’etica illuminista del “dover essere”. Navalny ripone la Russia dove deve essere: al centro del più raffinato pensiero europeo, non omologato, eppure parte di uno stesso destino culturale. Con il sacrificio autentico del corpo coniuga l’intellettualismo dei talk nostrani con la verità che si fa avanti attraverso la messa a disposizione della propria carne e del proprio sangue, radice del pensiero cristiano che ha forgiato gran parte della nostra storia. In questo Alexeij è il migliore alleato della resistenza ucraina, per essere morto con lo stesso sogno dei ragazzi di Majdan e dei resistenti che combattono: dare la vita per un nuovo est, che intende aprirsi per sempre ala democrazia ed alla libertà, senza tradire se stesso. Navalny è Occidente ed Oriente insieme ed ora è un martire per la nascita di un possibile mondo nuovo, del cui avvento saremo tutti responsabili. Lo hanno ucciso a metà della sua esistenza, l’altra metà dovrà camminare sulle nostre gambe. A partire da quel “dovere essere” accanto al popolo ucraino, non per calcolo, ma per convinzione.

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