Difesa (ri)armata

di Angelo Moretti su Avvenire

La mossa del presidente Macron, con un guizzo di autentico sentimento della grandeur francese, di non negare che potrebbe essere utile difendere l’Ucraina anche con gli eserciti europei sul campo, ha gettato un po’ di panico, ma ha anche aperto a nuove domande sul senso e sul limite della difesa europea in corso.

Putin ha risposto prontamente con la minaccia nucleare e come per un tragico gioco dell’oca sembra che il dibattito torni sempre al punto di partenza. La deterrenza per il leader russo non è più la conservazione di uno status da guerra fredda, ma è il vantaggio di poter essere egli stesso la manopola regolatrice del raffreddamento e surriscaldamento di una guerra “tiepida”, come è stata definita dagli esperti della Luiss quella in corso. Ma per tenere la graticola accesa a lungo, lo Zar sa che è necessario avere un altare ed un’ideale, non potendo bastare solo lo stipendio come motivazione per mandare a morire i propri soldati.
È per questo che l’ex capo del KGB, noto in Italia per la frequentazione di quella che notoriamente fu la corte femminile di Berlusconi, ha virato negli ultimi anni sulla difesa della famiglia tradizionale come mainstreaming dei suoi discorsi imperialisti. Nella conclusione dello stesso discorso del 25 febbraio, Putin ha nuovamente ribadito il suo impegno per la conservazione della famiglia naturale. Anche qui lo stratega mostra grande abilità di calcolo, infilandosi nelle contraddizioni europee dell’equilibrio precario tra tutela dei diritti sociali e promozione delle libertà individuali.
Non potendo animare con successo un’aggressione ideologica al libero mercato, come avvenne durante la cortina di ferro, lo zar avanza sul terreno delle battaglie di valore ergendosi ad alfiere della famiglia convenzionale contro quella che anche i suoi soldati chiamano con disprezzo la “Gayropa”, l’Europa “ridotta” a sola patria dei diritti dei gay e delle famiglie arcobaleno.

Dalla parte occidentale del vecchio continente, la guerra come strumento di difesa delle democrazie e delle libertà è invece messa in una posizione di non credibilità per via delle recentissime aggressioni all’Iraq ed alla Libia, a guida euro-atlantica, perse sia sul campo che nei valori ideali con cui sono state pubblicamente motivate.
𝗗𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗹’𝗨𝗘 𝗱𝗼𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗽𝗼𝘁𝗶𝘇𝘇𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶 𝘀𝗰𝗮𝗿𝗽𝗼𝗻𝗶 𝗶𝗻 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮 𝘂𝗰𝗿𝗮𝗶𝗻𝗮? 𝗦𝗮𝗿𝗮̀ 𝗯𝗮𝗻𝗮𝗹𝗲, 𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗶 𝗱𝗲𝗯𝗯𝗮𝗻𝗼 𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗶𝗻 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮 𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗶𝗻 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗶𝗮𝗹𝗲, come ha fatto per ultimo Navalny, come hanno fatto gli studenti ed i pensionati uniti a Majdan contro la repressione che aveva provato a domarli.
Il nostro genus loci, dal ‘56 in poi, è la pace, la libertà di muoverci in sicurezza nei territori dell’Unione, essendo cessate le guerre al suo interno. Non deve essere un caso che l’azione comunicativa e formativa più riuscita nella costruzione di un sentimento europeista si intitola “Erasmus”, in memoria del filosofo di Rotterdam che scrisse la querela pacis.
Ma è facile intuire che nessuno degli studenti che se ne sono giovati difenderebbe l’Erasmus con il fucile.

Dunque perché difendere l’Ucraina solo con gli eserciti? Dobbiamo cambiare l’appello. I leader europei fanno bene a preavvisare che il popolo potrebbe essere chiamato a muoversi, ma devono sapere che possiamo muoverci solo per ciò che abbiamo imparato a fare in questi lunghi settanta anni: la pace. Utopia? No, realtà che è già in cammino.
𝗜𝗹 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗼 𝗵𝗮 𝗮𝗽𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝟮𝟴 𝗳𝗲𝗯𝗯𝗿𝗮𝗶𝗼 𝗱𝘂𝗲 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗮𝗻𝗻𝘂𝗮𝗹𝗶 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗲 𝗣𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶 𝗦𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗗𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘀𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗮𝗽𝗲𝗿𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗜𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗖𝗼𝗿𝗽𝗶 𝗖𝗶𝘃𝗶𝗹𝗶 𝗱𝗶 𝗣𝗮𝗰𝗲. 𝗜𝗻 𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗺𝗯𝗶 𝗶 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲̀ 𝗿𝗶𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗹𝗰𝗶𝗼 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗮𝗽𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗞𝗶𝗲𝘃 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟱 𝗼𝘁𝘁𝗼𝗯𝗿𝗲 𝟮𝟬𝟮𝟯, 𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝗠𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗼 𝗱𝗶 𝗔𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗡𝗼𝗻𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁𝗮̀ 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝗲 𝘂𝗰𝗿𝗮𝗶𝗻𝗮. 𝗜𝗹 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 “𝗶𝗻𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝗖𝗼𝗻𝘀𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗮𝗱 𝗮𝘃𝘃𝗶𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝗲 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗶𝘂𝗻𝗶𝘀𝗰𝗮 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗶𝗻 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗹𝗶𝘁𝘁𝗶, 𝗻𝗼𝗻𝗰𝗵𝗲́ 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗮𝗰𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗰𝗶𝗹𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗮𝗹 𝗳𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲, 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗲𝗳𝗳𝗶𝗰𝗮𝗰𝗲, 𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗲 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗹𝗮 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶 𝗱𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗨𝗘”.
Una proposta nata interamente da una delegazione bipartisan di eurodeputati italiani, capeggiati da Patrizia Toia e Fabio Massimo Castaldo.
In una rinnovata leadership italo-francese, i popoli europei potrebbero essere invitati a dare nuovo valore ad una battaglia giusta di spirito europeista: essere presenza per una pace visibile, massiccia e competente, per il futuro dell’Ucraina ma anche di tutti i popoli oppressi. Non lo farà nessun altro al nostro posto e certamente non lo farà nessun altro con un corpo di pace.
Sarà questa la nostra forza atomica.

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