5 novembre. La società civile è pronta alla piazza. «Il sogno è un’Europa non violenta»

Anche giovani e migranti al corteo di sabato per la pace. Dal palco le voci di chi ha vissuto la guerra. Moretti (Mean): noi pacifisti dobbiamo essere ascoltati da oppressi e oppressori

La mobilitazione last minute è partita. Arriveranno da tutta Italia e saranno in tanti, sabato a Roma. E’ il pensiero condiviso degli organizzatori, che ieri hanno fatto il punto sulla manifestazione per la pace di sabato. Due ore di incontro per una messa a punto sui temi, sul programma e sugli orari dell’evento.

Decisivi per la partecipazione saranno soprattutto questi ultimi giorni, in particolare per chi abita nella Capitale e nel Lazio e deciderà di muoversi solo all’ultimo. Dal resto d’Italia, molti hanno già deciso invece di convergere in piazza San Giovanni, in treno, pullman o con mezzi propri. E’ una decisione, in questo caso, maturata per tempo, frutto di una consapevolezza andata crescendo nelle ultime settimane, anche a causa della persistenza di un conflitto di cui purtroppo non si vede la fine.

Un test inedito

La prova della piazza per la società civile è inedita: ci saranno molte organizzazioni e sigle, anche del mondo cattolico, che in questi mesi hanno lavorato silenziosamente sul territorio, con i loro iscritti e i loro gruppi, in vista di questa giornata. Dall’Agesci a Libera fino a Sant’Egidio, per fare qualche esempio.

Ci sarà, come ogni manifestazione che si rispetti, un vero e proprio servizio d’ordine, composto da 250-300 persone volontarie. E poi conteranno molto i simboli: ad aprire il corteo potrebbero essere, insieme ai rappresentanti delle associazioni e dei sindacati, anche i ragazzi delle scuole e i migranti, in un significativo intreccio generazionale tra figure storiche del pacifismo italiano e volti nuovi. Un passo indietro verrà probabilmente chiesto alla politica, anche se i leader nazionali saranno presenti e un posto in prima fila verrà quasi sicuramente assegnato ai sindaci e agli amministratori locali.

Quanto agli interventi sul palco, ci saranno le voci e le testimonianze di chi ha vissuto il dramma della guerra, non solo in Ucraina.
«La sensazione è che la partecipazione stia lievitando nelle ultime settimane – spiegano Arci e Acli, che tra i primi hanno creduto alla possibilità di una comune iniziativa nazionale per la pace -. Ora è il momento del colpo di reni, per tutti».
Non sfugge a nessuno che il colpo d’occhio di una piazza San Giovanni riempita dal popolo della pace possa essere un segnale importante dato da tutto il Paese all’opinione pubblica internazionale. All’Europa, innanzitutto.

I messaggi alla diplomazia

«La pace oggi non è più e non è solo una marcia univoca a Roma il 5 novembre, ma ha una direzione nuova, verso Kiev» osserva Angelo Moretti, alla guida del Mean. Il sogno di tanti pacifisti che sfileranno sabato per le vie della Capitale è precisamente questo: la creazione di «un’Europa dei popoli che urgentemente copra i vuoti» dell’Unione Europea così com’è oggi: il sogno è quello di un Vecchio continente che sia finalmente in grado di dettare l’agenda facendo politica in nome della nonviolenza attiva, «per essere ascoltati da oppressi ed oppressori» continua Moretti.

Proprio ieri Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, è tornato sull’appello lanciato su Avvenire insieme a un gruppo di intellettuali nelle scorse settimane. In assenza di una Onu autorevole ed efficace, ha sottolineato in un’intervista a Credere, «l’unico “elemento terzo” in grado di favorire una trattativa pacifica» in questa fase del conflitto, «è papa Francesco, apprezzato dagli uni e dagli altri». Il traguardo resta quello dell’immediato cessate il fuoco e di un successivo «accordo di pace tra Ucraina e Russia». Secondo l’intellettuale bolognese, dal punto di vista diplomatico, in questa fase, «c’è solo una strada: la Cina deve far pressione su Putin e gli Usa su Zelensky». Quanto a Francesco, «farà di tutto per stimolare questi due interlocutori».

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