27 gennaio: facciamo memoria delle donne vittime di violenza

di Giovanna Grenga su Vita.it

La storia di Grete Schattner, una delle tante donne uccise ad Auschwitz. La sua vicenda fa memoria delle donne vittime del 7 ottobre in Israele e delle tantissime donne violentate e uccise da eserciti e terroristi

I fatti del 7 ottobre 2023 stimolano riflessioni, suscitano interrogativi. Educatori in diversi paesi testimoniano difficoltà crescenti nel discutere la situazione in Medio Oriente e nell’insegnare la Shoah dopo il 7 ottobre 2023. Cerchiano allora un cammino possibile, analizziamo categorie costanti pur nella diversità dei fatti e contesti storici.

Anche la storia tragica di Grete Schattner, di Cernowitz ha inizio il 7 ottobre, ma del 1943. Raccolta da Paolo Giunta La Spada (Servigliano – Auschwitz. La storia di Grete Schattner, Affinità Elettive Edizioni, 2022),  è diventata narrazione per capire l’epoca, le cause e l’evoluzione dei fatti. Una storia per capire l’antiebraismo. È notte, una bimba di quattro anni, Giuliana, dorme quando fanno irruzione in casa uomini armati, portano via sua madre Grete perchè ebrea. Dopo la cattura a Fermo, la prigionia a Servigliano e a Fossoli, nei campi di internamento, Grete viene uccisa ad Auschwitz come altri milioni di ebrei, di diversi, di antifascisti di tutte le classi sociali e ideologie e religioni.

 

Nel corso di due lunghi anni, l’autore, direttore scientifico della Casa della Memoria di Servigliano (Marche) ha saputo raccogliere, educato e sensibile, da Giuliana, ormai ottantenne, il racconto di quanto mai aveva rivelato. Perché riandare a quei tristi ricordi? Perché ricordare è un atto di giustizia; lo studio del passato può essere veicolo di pace per il futuro.

Grete Schattner era nata a Banila oggi Romania, suo padre Mendel era sfuggito ai pogrom antiebraici della Russia zarista, per stabilirsi in territorio austro-ungarico, come altre famiglie ebraiche in Bucovina. Dopo la Prima guerra mondiale quel territorio diventa Romania e dal 1940 è Unione Sovietica.  Mandel e Chilli i genitori di Grete vivevano agiatamente: gestivano una fabbrica di liquori. Ma i nascenti movimenti neonazisti, indussero Grete a trasferirsi a Parigi per gli studi di medicina. Nel 1934 arriva a Tours dove esiste una comunità ebraica, lì studiava anche Paul Celan. Il legame con l’Italia si sviluppa per le vacanze di famiglia sulla riviera ligure e a Cervia dove incontra Umberto Vannini, avvocato. La sua famiglia è antifascista, di idee socialiste. Il legame tra con Umberto si consolida negli anni e Grete decide di completare gli studi a Bologna.  Il matrimonio non sarà possibile a causa delle leggi razziali che entrano in vigore nel 1938 e vietano il matrimonio tra ariani ed ebrei e neppure la laurea in medicina potrà essere conseguita per il divieto agli ebrei di frequentare le università. La coppia si stabilisce a Bologna; Julika nasce il 19 giugno 1939. L’Italia era entrata in guerra il 10 giugno 1940 e Umberto viene destinato al fronte libico. Pur non approvando la relazione, i nonni Vannini accolgono Grete e Julika nella loro casa bolognese; la piccola riceverà il battesimo e si chiamerà Giuliana. Umberto è fatto prigioniero dagli inglesi e inviato in India, non si hanno più sue notizie. Per sfuggire ai bombardamenti alleati su Bologna i Vannini si trasferiscono a Fermo; in quella casa in affitto Grete verrà catturata.

Nel territorio di Fermo, così come a Roma, alcuni ebrei riuscirono a nascondersi. Il 16 maggio 1944 parte un treno di internati diretto al campo di Fossoli, da dove si formano i convogli per Auschwitz; in quel l convoglio c’è Grete che arriverà ad Auschwitz il 23 maggio 1944. Nessuno ha saputo salvarla, tentare di nasconderla, nessuno a Fermo l’ha ricordata in seguito, né ricostruito la sua storia di deportazione, solo sua figlia molti anni dopo ha raccontato quella deportazione difficile da vivere, difficile da rievocare.

Paolo Giunta La Spada, nel raccogliere le memorie, ha voluto misurarsi con la rimozione, l’atteggiamento mentale che cammina parallelo al negazionismo. In questa storia ci sono elementi che ricorrono in altre vicende. La famiglia Vannini nulla aveva fatto per salvare l’ebrea, procurarle documenti falsi, quasi si erano liberati di un’intrusa che il figlio, del resto, neppure aveva sposato. Rimozione e negazionismo, qualcosa che ricorre quando la vittima non appartiene alla categoria che conta?

Forse come per le marocchinate. Nella primavera del 1944, durante l’avanzata degli Alleati, in Ciociaria le truppe coloniali francesi stuprarono migliaia di donne italiane, poi ulteriormente oltraggiate col nome di marocchinate.  Sul fronte italiano agirono, tra gli alleati, alcuni soldati nordafricani, i goumiers, così li chiamavano i francesi con cui combattevano, alterando un originale nome arabo. Molti morirono nei combattimenti intorno alla linea Gustav, una difesa costruita dai nazisti per arrestare l’avanzata degli Alleati diretti a Roma, dopo l’Armistizio firmato a Brindisi tra l’Italia e le forze della coalizione.

Dopo lo sfondamento della linea, i goumiers proseguirono la loro marcia verso i Monti Aurunci e si scatenarono contro i civili italiani. A Lenola (Latina), gli stupri coinvolsero donne tra gli 11 e gli 80 anni.  Ci furono eccidi a Castro dei Volsci (Frosinone), attestati dalle memorie del parroco don Quirino Angeloni a partire dal 27 maggio del 1944, a Sant’Elia Fiumerapido, violenze brutali su una bambina.

A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Il parroco, don Alberto Terilli, cercò di fermare i goumiers. Fu legato e violentato. Morì due anni dopo, il 17 agosto 1946, per le conseguenze degli abusi. Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle e così a S. Andrea, a Vallemaio. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio; si verificarono violenze inenarrabili. I comuni coinvolti nel Lazio furono anche Pontecorvo, Campodimele, S. Oliva, Castro dei Volsci, Frosinone, Grottaferrata, Giuliano di Roma e Sabaudia. Migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree. Così come migliaia furono le gravidanze: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose. Molte donne furono ripudiate dalle famiglie. Alcune finirono suicide o relegate ai margini della società. Una scia di sofferenze fisiche e psicologiche che si trascinò per decenni.

Le violenze commesse dal Cef, (Corps expéditionnaire français en Italie,) iniziarono in Sicilia e terminarono alle porte di Firenze. La ragion di Stato impedì di porre la questione nelle trattative di pace. L’Italia doveva conquistare consensi negli organismi internazionali, farsi perdonare il peccato originale della guerra a fianco di Hitler. E si scelse il silenzio. Quando l’Osservatore romano provò a denunciare le violenze, fu zittito dagli Alleati. Ma papa Pio XII non volle ricevere a Roma il generale De Gaulle. Per protesta, si mormorò, contro quelle violenze.

Soltanto nella seduta notturna del 7 aprile 1952, la deputata comunista Maria Maddalena Rossi denunciò in parlamento il dramma di quelle donne. Azzardò una cifra: 60mila violentate e 17.368 richieste di risarcimento. E disse: “Perduta la possibilità di avere una famiglia, di avere dei figli; perfino il lavoro è precluso a queste giovani e la povertà nel loro caso è ancora più tragica, perché il benessere economico, il lavoro potrebbero almeno aiutarle in parte ad uscire da questo terribile isolamento in cui le ha gettate la disgrazia”. Il film di Vittorio De Sica, La Ciociara (film del 1960 di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini) svolse il difficile ruolo di trasferire al grande pubblico qualcosa sulle marocchinate.

Nel 2004, celebrando i 60 anni dalla battaglia di Cassino, l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, assegnò una medaglia d’oro e dodici d’argento al valor civile ad altrettanti comuni della provincia di Frosinone. E parlò esplicitamente di quelle violenze nel suo discorso a Cassino: «Nessuno potrà mai perdonare le violenze inflitte alle donne, ai bimbi, agli anziani di Esperia e di tanti altri paesi».

Una cultura di sopraffazione, fino all’estremo del genocidio, lega le storie di donne qui riunite. Ricordarsi delle vittime, tutte le vittime, serve a mantenere memoria delle loro esistenze certo, ma soprattutto del perché esse vennero stroncate. E il pensiero va al 7 ottobre2023, alla violenta ferocia dei miliziani di Hamas contro i kibbuz israeliani nei pressi di Gaza, e al mancato riconoscimento della violenza perpetrata contro donne inermi da parte di quei settori del femminismo internazionale, in occasione della giornata dedicata alla denuncia della violenza contro le donne, il 25 novembre 2023. 

Questa Giornata della Memoria del 2024 allora va dedicata alle donne di tutte le guerre per riconoscere la difficoltà delle vittime a denunciare, per diventare consapevoli che spesso mancano sul campo delle violenze, realtà indipendenti da quelle che hanno agito la violenza sulle donne. “Al centro della “Giornata della memoria” stanno i carnefici e ancora meglio la “zona grigia”. In breve, sta il corpo grosso della società di allora e degli eredi della società di allora, ovvero le società civili e politiche di ora. In quel momento di riflessione i momenti forti ed essenziali non sono dati dai sopravvissuti ma dai percorsi di educazione alla cittadinanza, di sensibilità alle discriminazioni che quelle realtà sociali e politiche, che hanno messo in pratica i genocidi o li hanno sostenuti, e dunque resi possibili”.  

Le Nazioni unite, negli anni, hanno tentato delle stime che da sole dimostrano quanto lo stupro di guerra sia una delle principali armi di eserciti regolari e milizie: tra 250mila e 500mila donne nel genocidio in Ruanda del 1994, oltre 60mila nella guerra civile in Sierra Leone (1991-2002), fino a 50mila negli anni ’90 in Bosnia, almeno 200mila in Congo dal 1996 in avanti. Due milioni nell’Europa del secondo conflitto mondiale.

Un’inchiesta del New York Times ha ricostruito alcune delle atrocità commesse dagli uomini di Hamas nei confronti delle donne israeliane e dei civili anche anziani e bambini. Un’inchiesta che rivela «nuovi dettagli dolorosi, determinando che gli attacchi contro le donne il 7 ottobre non sono stati eventi isolati, ma parte di uno schema più ampio di violenza di genere».

Chi scrive sta con e parole del presidente Mattarella pronunciate dal Palazzo del Quirinale, il 31/12/2023 che ha condannato l’”orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità. La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti. La guerra – ogni guerra – genera odio. E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti. La guerra è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza. E si pretende di asservire, di sfruttare. Si cerca di giustificare questi comportamenti perché sempre avvenuti nella storia.  Rifiutando il progresso della civiltà umana. Il rischio, concreto, è di abituarsi a questo orrore. Alle morti di civili, donne, bambini. Come – sempre più spesso – accade nelle guerre. Alla tragica contabilità dei soldati uccisi. Reciprocamente presentata; menandone vanto. Vite spezzate, famiglie distrutte. Una generazione perduta. E tutto questo accade vicino a noi. Nel cuore dell’Europa. Sulle rive del Mediterraneo”.

A contrastare queste idee di morte, scrive Giunta La Spada nel libro da cui si dipanano queste riflessioni, c’erano i Giusti che salvarono vite. Un’analisi comparativa condotta sui Giusti di vari paesi ha messo in luce sei elementi che li accomunano: sono marginali nel loro ambiente sociale, hanno pensiero autonomo, impegno verso i bisognosi, modestia nel parlare delle loro azioni, si sono trovati per caso ad aiutare persone perseguitate, hanno una concezione universalistica degli esseri umani.

In Europa, dal 6 marzo del 2012 e in Italia dal 2017 ricordiamo i Giusti di tutti i genocidi e chi ha agito per soccorrere le persone durante le stragi di massa.L’attenzione ai temini che usiamo per definire i fatti storici è già una risposta alla propaganda di razzisti e suprematismi, che si nutre della nostra incapacità di riconoscere quanto male è stato causato dalla cultura razzista e ci impedisce di riconoscere azioni di discriminazione oggi. Quale cammino ci porta ai sistemi di pensiero senza libertà, come nelle dittature? Quale azione di contrasto può essere affidata ai Corpi Civili di Pace, come aveva profeticamente intuito il parlamentare europeo Alexander Langer, e oggi i cittadini europei più consapevoli chiedono al Parlamento Europeo? E se oggi non è più possibile riconoscersi in una guerra giusta esiste tuttavia il cammino per la pace giusta auspicata da sempre da papa Francesco e in occasione della trentacinquesima giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei anche dal rabbino capo di Roma.

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